Per proteggere i reni si può (e si deve) giocare d'anticipo

Per proteggere i reni si può (e si deve) giocare d'anticipo

Ogni anno nel mondo 7 milioni di persone muoiono per un’insufficienza renale acuta, quasi tutte nei Paesi in via di sviluppo. Altri 2 milioni di malati (l’8% in più ogni anno, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno bisogno di terapie, come la dialisi o il trapianto, che sostituiscano la funzione dei reni, per colpa di una nefropatia cronica. Eppure a questi numeri potremmo dare un taglio netto, stando agli esperti riuniti in questi giorni a Hong Kong per il Congresso Mondiale di Nefrologia: basterebbe relativamente poco per prevenire e curare le malattie renali sia nei Paesi poveri dove non ci sono i mezzi per garantire cure semplici e a basso costo, sia in Occidente, dove dilagano obesità, diabete e ipertensione che mettono sotto sforzo i reni facendoli ammalare sempre più spesso e precocemente.

Innanzitutto, bisogna giocare d’anticipo, perché molto si decide già nella pancia della mamma. «L’insufficienza renale nasce nell’utero — sintetizza Giuseppe Remuzzi, direttore della Divisione di nefrologia e dialisi degli Ospedali Riuniti di Bergamo, coordinatore scientifico dell’Istituto Mario Negri di Bergamo e nuovo presidente dell’International Society of Nephrology —. Durante lo sviluppo fetale in ogni rene si forma un milione di glomeruli (i “mini-colini” che filtrano il sangue trattenendo ciò che serve all’organismo e lasciando passare le scorie nelle urine,ndr): un numero ridondante, che servirà anche a fronteggiare eventuali emergenze per il rene, come ipertensione o diabete. Se però la mamma mangia poco e male in gravidanza, ad esempio non introducendo proteine a sufficienza, oppure se beve alcol, fuma o prende farmaci che non dovrebbe, il numero dei glomeruli si riduce e il figlio nasce con un riserva renale ridotta, di fatto con alto rischio di nefropatie croniche che potrebbero manifestarsi già nei primi anni di vita».

LO STUDIO – Uno studio, pubblicato in questi giorni nel numero speciale di Lancet dedicato alle malattie renali, sottolinea come anche la prematurità, che riguarda 1 nuovo nato su 10, metta in pericolo la salute dei reni; allo stesso modo il basso peso alla nascita (15% dei bimbi) aumenta la probabilità di andare incontro a ipertensione e danno renale da adulti. «Pochi sanno se i loro reni funzionano a dovere, molti non hanno idea di avere la pressione alta, indice di una malattia renale spesso in fase già avanzata — sottolinea Remuzzi —. Non c’è consapevolezza neppure da parte dei medici, nonostante sia ben noto come l’insufficienza renale, ad esempio, amplifichi a dismisura i pericoli per il cuore: un diabetico con i reni malmessi va più spesso incontro a un infarto o a un ictus rispetto a un paziente senza disturbi renali.

I TEST – I test per valutare la funzionalità di questi organi sono semplici e a basso costo, basta misurare la pressione e raccogliere poca urina per avere molte delle informazioni necessarie: uno screening della popolazione a rischio per familiarità, sovrappeso, diabete o ipertensione sarebbe economico e consentirebbe pure la diagnosi di tumori in fasi iniziali. La ASL di Bergamo, insieme con la Regione Lombardia, ha promosso uno screening di questo tipo; è tuttora in corso, ma finora ha aderito meno della metà dei medici di base». Forse i reni vengono trascurati perché non danno sintomi evidenti anche quando cominciano a perdere colpi. Intervenire prima possibile però è fondamentale per allontanare lo spettro della dialisi, grazie alla cosiddetta Remission Clinic, ideata proprio in Italia da Remuzzi. Il protocollo prevede di associare a una dieta a basso contenuto di sodio una batteria di farmaci antiipertensivi, fra cui diuretici e ACE-inibitori, uniti alle statine per ridurre le lipoproteine in circolo; esercizio fisico, controllo del peso e gestione dell’eventuale diabete completano la terapia, che consente di ottenere una completa remissione della malattia in molti pazienti. «In chi non è diabetico funziona sempre, ma può scongiurare la dialisi anche in chi ha il diabete, se si interviene nelle prime fasi di compromissione del rene — spiega Remuzzi —. Dove viene applicata la Remission Clinic non vediamo più pazienti giovani in dialisi. Non è usata in moltissimi Centri nel nostro Paese, ma ora la Società Italiana di Nefrologia vuole estendere il programma a tutti i reparti di nefrologia italiani». Per il momento le strutture che seguono il protocollo sono 26, distribuite in modo abbastanza omogeneo sul territorio, per circa 1300 pazienti inseriti nel registro. Ma il programma si sta diffondendo e la speranza è che, accanto a una diagnosi precoce delle malattie renali, la Remission Clinic possa far sì che la dialisi diventi ben presto solo un ricordo del passato.

http://www.corriere.it/salute/13_giugno_02/proteggere-reni-prevenzione_12e3725a-c912-11e2-b696-db4a64575c16.shtml

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